Afonia 366

1.
Siamo partiti in tanti.
Respiravamo
solo aliti di speranza
certi
che il mare e l’uomo
ci fossero amici.
In pochi
abbiamo visto l’alba sorgere.
2.
Mare narrante
meta come miraggio
scintillio di luci immaginate
viaggio
alla ricerca di un’isola
che sappia svelarmi
chi sono
chi sarò
se mai sarò.
3.
Galleggia muta
tra sinuose onde salate
stipata di anime dormienti.
Spari nella notte
la trafiggono,
madre di una scia
ora
non più bianca.
Qualcuno la osserva
distratto
indifferente
lontano.
Non basterà darle colore
per farla
opera immortale.
4.
Sono ruggine
i miei pensieri
corrosi dal vento.
Niente
potrà ridargli le ali
e nessuna mano tremante
li farà più volare.
Resteranno ruggine.
5.
Sciogliamo questi nodi
che ci legano all’infamia.
Fuggiamo
figlio mio
e se un’onda più oscura della notte
ci dividerà
fa che possa ritrovarti
sulla riva.
E chissà se avrò parole
per spiegarti.
6.
Sono stato
naufrago tra naufraghi.
Era scritto.
Ora solo passi solitari
dipinti di rosso
logori di poco vivere.
Ombre lunghe
inquietanti
segnano tracce
di un cammino finito
o forse
mai cominciato.
7.
Freddo trasparente
ingannevole,
speranze strappate
a ogni miseria.
Oblio globalizzato
senza
più sponde
cui aggrapparsi
come
le acque gelide
ove annega
la mia memoria.

A volte accade

A volte accade che eventi importanti diventino emblematici fino a restare indelebili, per sempre incisi nella nostra memoria.
Eventi con il potere di ammutolirci, perché le tante parole che avremmo voluto dire ci restano impantanate in gola, scure e fangose, senza suono, dolorose come ferite incurabili.
Fiumi di parole lette o ascoltate rimbombano vuote, mentre le immagini scorrono rapide come cronaca obbligata, inutile e insensibile, aspettando lo spot di un profumo che ci riporti alla realtà patinata.
Si sentono riecheggiare solo rumori muti e silenzi assordanti, il frastuono delle parole mai dette, si vedono gli sguardi vuoti di pupille smarrite in attesa di gesti mai compiuti.
Come se tutto, intorno a noi, vivesse in uno stato di inguaribile afonia.

Immagini che non descrivono, parole che non raccontano…
La labile persistenza dell’accadere

di Loredana Rea

Il desiderio di evocare l’intensità del farsi di eventi straordinari, eppure ormai divenuti pressoché quotidiani, è il filo tenace che ha guidato Luciano Puzzo nella costruzione di un “reportage” che non documenta né descrive ma suggerisce l’intima profondità degli accadimenti.
È un lavoro complesso in cui le immagini e le parole si equivalgono e, anzi, si esaltano le une con le altre, innescando meccanismi di rimandi, a ritmare una sequenza tra le tante possibili, capace di preservare la sottile persistenza di ciò che è stato e ora non è più. La fotografia gli permette di custodire quelle tracce che corrono il rischio di perdersi, fagocitate dall’incalzare frenetico del presente, e la poesia di lasciare affiorare i dettagli significanti di cui è intessuto il divenire, perché a interessargli è la possibilità, non la realtà del racconto. I fatti tragici non sono presentati nella loro insensatezza, sono suggeriti dalla superficie increspata del mare, che ha ingoiato i corpi fiaccati dalla prostrazione, da impronte lasciate nella sabbia, che solo per pochi istanti ne trattiene la memoria, da ombre lunghe, che come materia densa ricoprono gli oggetti strappati dalle mani di qualcuno senza volto né nome, da echi lontane di voci, che implorano inutilmente aiuto.
Il reale, infatti, sfuma nell’intensità del proprio sentire e tutto è riportato a una dimensione interiore, per creare un effetto ricercato di rarefazione, in cui ogni immagine si dissolve nell’altra seguendo il ritmo lento ma in crescendo delle emozioni. Richiamando alla memoria l’inesplicabile ritmicità del tempo, inquietudini e turbamenti si srotolano seguendo modalità sempre differenti, per arricchirsi ogni volta di nuove sfumature e altri significati e sebbene siano inequivocabili segni di presenze e indicazioni di assenze, sembrano sospese dal flusso del reale, che pure le ha generate.
Si offrono allo sguardo come un frammento strappato agli accadimenti dell’esistenza, intorno cui l’artista ha lavorato con certosina attenzione, per lasciare emergere il palpitare della vita con la sua scontata normalità o straordinaria eccezionalità, a disegnare un’amara riflessione sulla solitudine, l’emarginazione, l’invisibilità, la disperazione.
Rinunciando a ogni tentazione di registrare, Puzzo rifiuta di porsi frontalmente rispetto alle cose. A guidarlo è una ricercata lateralità, che permette di guardare il reale, per mostrare quanto possa svelarsi diverso attraverso l’esercizio fotografico e il cadenzarsi lieve dei versi poetici: le parole risuonano nelle immagini e in esse si amplificano a rintracciare il peso di presenze rese afone dall’oblio, il vuoto di assenze senza identità, il gravoso silenzio di chi non ha voce per farsi sentire.
Gli scatti scelti e poi raffinatamente rielaborati da calibrati interventi cromatici, che esaltano tagli e sovrapposizioni, così da privarli intenzionalmente di ogni attitudine descrittiva e proiettarli concettualmente in una dimensione diversa, sono legati gli uni agli altri dalla necessità di suggerire un farsi che deve essere continuamente ridisegnato, togliendo o aggiungendo frammenti, con l’intento di lasciare emergere la consistenza di una storia intessuta di individualità cancellate e di esistenze sostanziate da una tragedia che nessuno riesce a fermare.
Puzzo procede per sottrazione: imprigiona la realtà in tagli decontestualizzanti, costruiti per affermare prepotentemente l’importanza dell’intervento creativo dell’artista, esalta un dettaglio, elaborato con ricercata accuratezza per rendere manifesto ciò che normalmente sfugge all’attenzione dei più, e si pone su una linea di confine, pronto ad avventurarsi problematicamente in altri territori, superando l’idea tradizionale del medium fotografico.
L’immagine fotografata, infatti, diventa un tessuto su cui lavorare: slabbra le maglie fitte con collage di natura inequivocabilmente pittorica, a strutturare una stratificazione preziosa che prova a restituire all’atto della visione
la sua intrinseca qualità emotiva e al sentire personale la possibilità di infrangere l’effimera densità della memoria, stordita e assuefatta alle tragedie della quotidianità.